Stadio della Roma? La solita “guerra del cemento”

“Un nuovo stadio all’avanguardia, di portata mondiale, con una capienza di 52.500 spettatori: lo Stadio della Roma è stato progettato per garantire agli appassionati un’esperienza unica nel giorno della partita”. Questo è quanto si legge tutt’ora sul sito ufficiale dell’AS Roma nella pagina dedicata al progetto del “Nuovo Stadio“. Progetto iniziale che sarebbe dovuto sorgere proprio alla fine di quest’anno.

Più volte durante la sua presidenza, James Pallotta aveva espresso il suo ottimismo: “Lo stadio pronto nel 2021? Piuttosto mi sparo” diceva nel 2016 l’ex presidente giallorosso. Solo un anno dopo, viste le difficoltà riscontrate, invece minacciava già l’addio: “Se non sarà pronto per il 2020 allora ci sarà un altro proprietario”. Una profezia.

Oggi la patata bollente del Nuovo Stadio della Roma è passata in mano alla nuova proprietà americana. È cambiato l’asset societario giallorosso ma i problemi rimangono sempre i soliti.

Cosa ha fatto ritardare così tanto l’approvazione definitiva ad un progetto che, seppur con delle criticità tutt’ora da colmare, avrebbe potuto già portare alla nostra amata città enormi benefici socio-economici? Incompetenza amministrativa? Eccessiva burocrazia? Scissioni politiche? Sì, è stato un mix di tutto questo… ma è stato anche altro.

Dietro le quinte di questa strana vicenda, mentre politici e amministratori continuavano a scontrarsi a suon di interviste ed hashtag, è andato in scena un “thriller del cemento“. Il cemento smosso dalle aziende di Parnasi e di Caltagirone.

Come nei più classici dei thriller, quando la trama sembrava aver preso il verso giusto, il regista decide sempre di piazzare qualche colpo di scena. Il finale imprevisto.

Iniziamo dunque a ripercorrere insieme la sceneggiatura della vicenda Stadio.

PROLOGO

É il lontano 22 giugno 2016. L’amministrazione capitolina 5stelle guidata da Virginia Raggi, appena insediata, si trova subito a dover far fronte ad una miriade di problemi, fra cui anche quello relativo al nuovo “Stadio della Roma“. Problema sì, perché proprio la neosindaca, che in campagna elettorale aveva dichiarato più volte guerra ai “palazzinari“, si è ben presto ritrovata nel bel mezzo di uno scontro di potere tra due dei personaggi più importanti ed influenti della Capitale.

Scontro iniziato 4 anni prima, precisamente nel 2012, quando l’ex presidente giallorosso James Pallotta decise di sottoporre all’ allora sindaco di Roma Gianni Alemanno il progetto del nuovo stadio nella zona Tor di Valle.

A contendersi quel succulento progetto (oltre 800 milioni di euro di investimenti privati) c’erano e ci sono tutt’ora due dei più importanti costruttori della Capitale, già in lotta tra loro per un altro appalto milionario: quello degli uffici della Provincia da oltre 250 milioni di euro.

Da una parte, il gruppo guidato da Luca Parnasi, figlio del costruttore Sandro, con la sua Parsitalia: partito dal centro commerciale Euroma 2, passato poi per le due torri dell’Eur, ai 250 mila metri quadrati di abitazioni e negozi del terzo polo commerciale a Pescaccio, ai 10 mila metri quadrati di case della Città del sole, fino ad arrivare allo stadio della Roma a Tor di Valle.

Dall’altra, il vero ottavo Re di Roma, Francesco Gaetano Caltagirone, uno degli imprenditori più ricchi d’ Italia con la sua Caltagirone SpA: detiene la Cementir, il più grande esportatore globale di cemento bianco al mondo, cinque giornali, il 5% di colossi come Suez e Generali. Insomma non una guerra tra gli ultimi arrivati.

Con l’elezione a Sindaco di Virginia Raggi e con l’avvio della revisione al vecchio progetto di Tor di Valle approvato dalla giunta Marino, il “Nuovo Stadio della Roma” inspiegabilmente comincerà ad essere dipinto dagli organi di stampa locali e nazionali come un enorme Ecomostro. L’intento? Uno solo. Screditare il progetto Stadio e conseguentemente la giunta pentastellata.

Di colpo quel progetto, che fino a quel momento aveva rappresentato un enorme opportunità per la città di Roma, comincerà ad essere descritto come il progetto dell’incompetenza e del malaffare.

PARTE PRIMA

Proprio quando tutto sembrava procedere per il verso giusto (il 5 dicembre 2017 viene approvato il progetto Stadio dalla Conferenza dei servizi della giunta capitolina. Seguirà poi quella della Regione Lazio nel 22 dicembre successivo), ecco il colpo di scena: il costruttore Luca Parnasi, proprietario della società Eurnova e cinque suoi collaboratori, vengono arrestati, mentre finiscono ai domiciliari Luca Lanzalone, presidente Acea già consulente nella trattativa con Parnasi per il progetto Stadio, l’ex assessore all’Urbanistica della Regione Lazio Michele Civita (Partito Democratico), il vicepresidente del Consiglio Regionale, Adriano Palozzi (Forza Italia).

L’accusa è quella di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di condotte corruttive e di una serie di reati contro la Pubblica amministrazione.

Con un colpo di coda, tutto il progetto Stadio si ritrovò nuovamente bloccato negli uffici amministrativi della Capitale. La giunta Raggi, incalzata dalla base del Movimento 5 stelle romano (mai pienamente convinto del progetto) e sotto la pressione dei media, decise di fermare tutto l’iter fino a quando la magistratura non avesse concluso tutti gli accertamenti del caso.

In quegli stessi giorni Parnasi, nel tentativo di scongiurare possibili sequestri preventivi ai danni della sua società e far continuare le trattative per la costruzione dello Stadio, venne sostituito ai vertici della sua azienda. 

PARTE SECONDA

Il Comune di Roma, tormentato dalla vicenda Stadio, poco più tardi decise inoltre di affidare al Politecnico di Torino una due diligence relativa all’ “Analisi e Valutazione degli aspetti di trasporto del progetto del nuovo Stadio di Roma“. Nemmeno il tempo di pubblicare lo studio che già negli organi di stampa cominciarono a trapelare le prime informazioni. Informazioni che, a detta dei vari cronisti e vari organi di stampa, descrivevano il progetto Stadio un progetto “catastrofico”.

La Relazione invece, che ricordiamo non ha e non ha avuto alcun valore vincolante, venne presentata il 5 febbraio in Campidoglio dalla stessa Sindaca: l’esito finale fu un “sì condizionato” alla realizzazione di una serie di interventi previsti dal PUMS (Piano urbano della Mobilità Sostenibile).Tutt’altro che catastrofico. L’esito favorevole dello studio del Politecnico di Torino e il mancato riscontro da parte della Magistratura di illeciti nell’iter burocratico del progetto Stadio diedero nuova linfa all’intero progetto che però, da lì a breve, sarebbe finito nel dimenticatoio.

Così, mentre tutt’ora l’amministrazione capitolina continua a dibattersi tra processi, spaccature interne, new diligence, delibere e annunci che, ai più maligni potrebbero sembrare avere come unico obiettivo quello di non smuovere nulla sino alle prossime elezioni comunali, la nuova proprietà americana sembrerebbe aver trovato un’altra soluzione: sposare la causa Tor Vergata.

La Roma, passata nelle mani dei nuovi proprietari americani Dan e Ryan Friedkin, per tutto questo tempo non è rimasta con le mani in mano e ha cercato e sta tutt’ora cercando di trovare una soluzione accettabile che possa sbloccare definitivamente il sogno Stadio.

EPILOGO?

In tutto questo, cosa centra Caltagirone con la vicenda Stadio?

Il costruttore romano fa la sua prima comparsa sulla scena ai tempi dell’amministrazione Alemanno. Caltagirone di fatti, come riportato in esclusiva da affaritiliani.it, fu uno dei primi a caldeggiare l’idea di uno stadio della Roma a Tor Vergata. Sogno poi naufragato a causa dell’elezione a sindaco di Ignazio Marino e del cambio di guardia nella presidenza giallorossa. Sogno divenuto incubo con James Pallotta e l’assegnazione del progetto Stadio al suo acerrimo rivale d’affari Parnasi.

Caltagirone fa poi la sua seconda comparsa/non comparsa ufficiale in un’intercettazione, pubblicata da la Verità, tra l’ex membro del Csm Luca Palamara e l’ex Ministro dello Sport Luca Lotti: “Matteo [Renzi] era a Doha (inc.) ha detto ’oh io la compro la Roma’ c’era scritto io la compro davvero la Roma, ma lo stadio si fa o no?” e Matteo gli ha risposto: ’Guardi vediamoci a Parigi con Luca la settimana prossima…’ oh Luca lo stadio non gli si può garantire! Non siamo in grado di garantire lo stadio… il problema dello stadio si chiama Francesco Caltagirone che è contro questa operazione… di solito siete voi magistrati che arrivate su ’ste (inc.) non noi politici… ma come fai a garantire….”.

La contromossa:

Dan Friedkin e Caltagirone, stando alle ultime indiscrezioni, si sarebbero incontrati recentemente per discutere sulla possibilità di spostare il progetto Stadio sui terreni di Tor Vergata. Perché Caltagirone tiene tanto a quei terreni?

Grazie alla convenzione assegnata con gara europea nel 1987, i terreni di proprietà dell’Università di Tor Vergata sono nella piena disponibilità di un consorzio di imprese della Vianini Lavori e di altre 9 imprese (Gruppo Caltagirone). In sostanza, come riportato da Fernando Magliaro, la convenzione mette su carta che “qualunque sia la realizzazione [sull’area di Tor di Valle], la deve costruire Caltagirone“. [link alla Convenzione]

Spostarsi da Tor di Valle però non è una scelta così facilmente percorribile come riportato in questi giorni da alcuni organi di stampa. Qualunque modifica al progetto di Tor di Valle significherebbe buttare al vento sette anni di lavoro e oltre 80 milioni di euro spesi. Il nuovo progetto sull’area di Tor Vergata inoltre andrebbe incontro ad altre spaventose incognite, forse ancora più grandi rispetto a quelle del progetto iniziale: arriverebbe sicuramente alla vigilia del voto per l’elezione del nuovo sindaco della Capitale, con il pericolo che il tema stadio diventi argomento di scontro politico; Se accettata la variante, andrebbe riproposto e ripresentato un progetto Stadio nuovo di zecca, con tutti gli studi e le analisi del caso. Infine andrebbero effettuati dei sondaggi archeologici preventivi sull’area per accettarsi che sotto quella zona non ci sia nulla che possa impedire la futura costruzione (a tal proposito gli scavi eseguiti per la metro C non danno segnali incoraggianti in tal senso).

L’unico vantaggio che la nuova area potrebbe offrire ai Friedkin è quello relativo al collegamento stradale e ai trasporti in generale. Il trasporto pubblico, seppur con qualche lavoro aggiuntivo a carico del proponente, dovrebbe essere garantito grazie alla Metro C e dal possibile prolungamento della Metro A dalla Stazione Anagnina.

Perchè i Friedkin e la Roma dovrebbero spostare il progetto stadio su un’ area che ad oggi ha le stesse problematiche di quelle presenti a Tor di Valle? Cosa spingerebbe la proprietà americana a puntare su un progetto totalmente nuovo e a ributtarsi in una nuova baraonda tra Comune e Regione? 

Alla fine dei conti chi vincerà questa sfida del cemento?