Davide: il ricordo più grosso, è tutto in questo nome

Il 4 marzo 1943 nasceva Lucio Dalla ed il mondo ha saputo apprezzare, nel corso degli anni, il suo estro, genio e amore per la musica. Il 4 marzo 2018 ci lasciava Davide Astori e il mondo ha capito, forse troppo tardi, quanto un ragazzo, uomo e calciatore del genere possa mancare nel calcio.

“Dice che era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare, parlava un’altra lingua però sapeva amare”. Davide non veniva dal mare, essendo nato a San Giovanni Bianco, piccolo paese in provincia di Bergamo. Il mare entrò nella sua vita a 21 anni, quando passò al Cagliari e quando calcò, per la prima volta, i campi della Serie A. Roma e Firenze arrivarono poi, con il suo bagaglio di amore sempre chiuso bene nella valigia. Sicuramente però sapeva amare ed essere, soprattuto, amato.

“E quel giorno lui prese mia madre sopra un bel prato, l’ora più dolce prima d’essere ammazzato”. Quella mattina, quel maledetto domenica mattina, sotto un sole battente arrivò la notizia che nessuno avrebbe mai voluto sapere e che nessuno avrebbe mai aspettato: Astori non c’è più. Nell’epoca delle fake news, tutti hanno pensato a qualche fan del black humor che era proonto a giocare sulle emozioni degli altri. Poi cominciarono ad arrivare notizie, dettagli, fatti: il cuore di tutti si strinse. L’incredulità e lo sgomento prese il sopravvento e la sua scomparsa trasfisse il cuore di tutti: nessuno voleva accettare una dipartita così improvvisa, nessuno accetava che un ragazzo così potesse andare via nel silenzio e nell’anonimato più totale.

Il ricordo di Astori è vivo ancora in tutti gl sportivi. Non vive solo nel cuore dei cagliaritani, romanisti e toscani, perchè il suo cuore era troppo più grande e non poteva essere rinchiuso in una maglia o in una fede. Davide univa e non divideva: anche dopo quell’ormai famoso episodio con Destro a Cagliari: mai una parola fuori posto, mai un grammo di rabbia, mai astio o vendette. Davide Astori avrebbe fatto bene a questo calcio

“Così lei restò sola nella stanza, la stanza sul porto, con l’unico vestito, ogni giorno più corto”. Molti hanno pensato che, in fondo, Davide se n’era andato nel modo che, forse, avrebbe sognato: prima di scendere in campo. Udine, non propriamente città di porto, divenne la sua ultima tappa, ma lì lasciò comunque il segno: non c’era bisogno che scendesse in campo, che facesse un intervento o che evitasse una rete, tutti sapevano che persona e che giocatore fosse Astori.

“Della sua breve vita il ricordo, il ricordo più grosso, è tutto in questo nome che io mi porto addosso”. La moglie di Davide, Francesca Fioretti, disse: “L’idea che la morte di Davide potesse essere evitata aumenta persino il dolore”. Ma se esisteva anche la più piccola possibilità che avesse a disposizione un minuto in più, un’ora in più o la sua vita intera, io credo che quella possibilità dovesse essere esplorata, che lui meritasse di averla e che tutto ciò che l’ha ostacolata debba in caso venire alla luce”. E chi più di lei porta il suo nome addosso, quel ricordo più grande che strazia il cuore e l’animo. Quello stesso animo che Davide aveva e che ora servirebbe a questo calcio malato, sporco ed egoista, quella luce in fondo al tunnel che aiuterebbe a vivere lo sport con purezza e quel pizzico di agonismo e di sfida che serve per dare meglio. Luce che però è stata spenta negli occhi di Davide, ma che resterà sempre in ognuno di noi: perchè questo era Davide Astori, il meglio che un uomo ed un calciatore potesse essere.