Morte piccola Diana, la mamma torna a difendersi dalle accuse di omicidio

Tornata per il processo d’appello, la donna ripercorre i fatti, conferma le scelte e giustifica la decisione di lasciarla sola il giorno della morte

«Se tornassi indietro non lo rifarei di sicuro»; racchiudono tutto il senso della vicenda queste parole di Alessia Piffani, la donna accusata del reato di omicidio volontario pluriaggravato della figlia Diana, lasciata morire di stenti. È tornata oggi in un’aula di tribunale, a Milano, per il processo di appello, a raccontare la sua versione di quei fatti accaduti il 20 luglio 2022. Innanzitutto, la mamma ripercorre le sensazioni di una gravidanza ignorata e poi le difficoltà da ragazza madre.

Fino ad oggi, sulla sconvolgente vicenda si sono susseguite testimonianze choc, inerenti alla scoperta del cadavere. Nel corso delle fasi del dibattimento hanno parlato la vicina di casa, la quale racconta della fredda reazione della Pifferi (non una lacrima), oppure del medico che ha constatato il decesso, secondo il quale la donna ha pianto ma senza essere straziata. E ancora molti dettagli scottanti sulle abitudini di vita della donna.

Morte piccola Diana, Alessia Piffani risponde all’udienza di appello 

In questi mesi, hanno riecheggiato le parole che hanno narrato di come fosse assente cibo destinato alla bambina e come fosse stata lasciata sola in casa per mesi mentre la mamma era in vacanza. Oggi, torna a  rispondere alle domande la stessa Alessia Pifferi, che spiega: «La accudivo come una mamma accudisce un figlio: le davo da mangiare, la cambiavo, se stava male contattavo l’ospedale, la crescevo, le davo da mangiare e bere per sopravvivere».

E precisa: «Mi manca mia figlia, mi sento spenta, mi sento buia. Ero orgogliosa di mia figlia, non è mai stata un peso per me». La bambina nasce il 29 gennaio 2021, all’improvviso: la donna non sapeva della gravidanza, e Diana nasce prematura. Ancora oggi non sa nemmeno chi sia il padre della bambina. Dopo un periodo in incubatrice all’ospedale di Bergamo, la nascitura si sposta assieme alla madre per la provincia di Bergamo, fino ad approdare all’abitazione di via Carlo Parea a Milano, lì dove dove muore Diana.

Accusata dall’ex compagno di non voler bene alla bambina («la bambina era un intralcio»), la donna ammette di aver lasciato la bambina già altre volte sola, ma in quei sei fatali giorni, le aveva lasciato due biberon pieni di latte, pensando che bastassero. Al rientro, come sempre, l’avrebbe poi lavata, cambiata e nutrita. Invece, in quel 20 luglio 2022, la bambina non si muoveva, non era in piedi sul lettino, come accadeva di consueto: il tentativo di rianimarla e il tentativo disperato di chiedere aiuto ad una vicina, mentendo sulla custodia da parte di una babysitter.

 

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