Napoli-Roma non deve succedere

Che quello di Napoli fosse l’impegno più difficile del duro ciclo di partite che la Roma affronterà fino a Natale, si sapeva. Ma che la Roma si schiantasse così alla prima, vera curva di questo percorso, era difficile da pronosticare. E no, non si può avere paura di parlare di “schianto“. Perché quella di ieri non è stata una semplice sbandata. Non è stato un semplice incidente di percorso. E no, non è stata neanche una “serata storta“, come ha scritto Veretout sui social. Napoli-Roma, molto semplicemente, non è stata una partita. È questo il punto.

Non servono numeri e statistiche, non serve aggrapparsi agli infortuni, non servono giustificazioni. E bene ha fatto Paulo Fonseca a non cercarle: l’unica cosa giusta della sua serata da spettatore non-pagante a bordocampo. Mentre, in campo, i suoi calciatori facevano i conetti da allenamento per gli avversari. Avversari certamente motivati dalla volontà di onorare Maradona, probabilmente più forti e pronti della Roma, ma che non hanno disputato la partita grintosa che ci si aspettava. Perché non ce n’è stato bisogno. Perché non c’erano avversari da battere, ma, appunto, conetti da aggirare in campo e una sagoma per la barriera tra i pali.

Come si può analizzare altrimenti questo Napoli-Roma? A cosa ci si può aggrappare per non parlare della passerella azzurra nella serata più importante per la squadra e la città? Una passerella su cui la Roma ha provveduto a srotolare un sontuoso tappeto giallorosso, limitandosi a osservare Insigne, Ruiz, Mertens e Politano percorrerlo indisturbati, rendendo quattro doverosi omaggi. E la Roma non ha neanche dovuto scusarsi per il disturbo che non ha arrecato, decidendo, di fatto, di non scendere in campo. Tutto il resto è venuto di conseguenza. Come è venuto di conseguenza, puntuale e inevitabile, il processo alla squadra e al percorso fatto finora. Del tutto fuori luogo.

Perché ha ragione Fonseca quando dice che “non eravamo i più forti prima, e non siamo i più scarsi ora“. Dopo un 4-0 così perentorio, però, sono parole al vento. Tra i soliti, ridicoli discorsi su chi sale, chi scende e chi resta sul carro, la delusione per un risultato che spegne tanti entusiasmi e gli immancabili bilanci, un discorso equilibrato come quello del portoghese si perde come una goccia nell’oceano dei giudizi. Ma non è il momento dei giudizi. Non è il momento di abbandonarsi alla tentazione del martelletto e delle formule di colpevolezza per chi non è sceso in campo ieri sera. Perché la Roma non è da secondo posto, e forse neanche da Champions League. Perché non è più forte del Napoli o dell’Atalanta, l’altro grande scoglio dell’ultima parte di 2020. E se lo stava diventando, ora rischia di non farlo più.

Se c’è un rischio che la Roma corre dopo la batosta di Napoli, è quello di disgregarsi come successo sul prato del fu San Paolo. Se la batosta di Napoli può fare danni nella testa (perché nel corpo li ha già fatti) della Roma, è assestare un colpo critico alla crescita e alla fiducia di una squadra che finora ha viaggiato a ritmi inaspettati, ma che si è persa nel momento in cui ha dovuto saltare oltre un’asticella più alta. Non è la prima volta, e ora inizia a essere un dato su cui riflettere. Per cercare, e possibilmente trovare, contromisure adeguate. Non per non perdere più contro le big, vere o presunte che siano. Ma per evitare di incappare in altre non-partite. Perché perdere ci sta, fa parte del gioco e prima o poi sarebbe dovuto succedere.

Non giocare: è questo che non deve succedere.