Mou-Roma, fosse la “svolta” buona…

Non avrà certamente più lo “charme” di qualche anno fa, il tocco di “Mida” che trasforma in oro anche la materia più inerte, ma Josè Mourinho resta indubbiamente uno dei tecnici più rinomati in circolazione.

Ultimamente, è vero, ha collezionato diversi esoneri e qualche amarezza di troppo come è vero che l’ultimo trofeo alzato al cielo data 24 maggio 2017, quando a Solna condusse il Manchester United alla vittoria in Europa League sull’Ajax. Ma l’aura del “vincente” è pressochè intatta, semmai si è solo un po’ opacizzata e chissà, Roma potrebbe rappresentare davvero l’occasione per una lucidata.

L’annuncio, giunto a sorpresa nella giornata di ieri ha rappresentato una vera e propria bomba. Ha sorpreso tutti, a cominciare dagli esperti di mercato (la faccia di Di Marzio a Sky passerà alla storia) e ha scatenato l’entusiasmo, quasi incontenibile, dei tifosi della Roma e dei mercati finanziari, che hanno spinto il titolo (ieri) ad un +21% a Piazza Affari e di un ulteriore +14.5% nel momento in cui scriviamo.

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Silenzio e fatti

Roma è una piazza difficile, è cosa nota. E nonostante qualche picco di competitività che ha dato grande prestigio, come le due semifinali europee in quattro anni (unica squadra a raggiungerle in Italia), diverse partecipazioni consecutive alla Champions e comunque una presenza pressoché fissa in Europa, manca ormai da anni, troppi, un trofeo. Per non pensare al “bersaglio grosso”, che è assente dal 2001. Si sono alternate ben quattro gestioni da Franco Sensi a Dan e Ryan Friedkin, un numero quasi incalcolabile di giocatori e allenatori, tra promettenti scommesse a grandi ritorni e tutti, in un modo o nell’altro, sono finiti per fallire l’obiettivo: riaprire la bacheca di Trigoria. E non sono certamente mancati investimenti mirati ad allestire rose competitive. Quel che è mancata è la continuità di progetto sportivo, per le più svariate ragioni che non torniamo qui ad analizzare.

Certamente gli ultimi due anni della gestione Pallotta è coincisa con un disimpegno evidente, che ha lasciato in eredità (oltre a polemiche infuocate e veleno nei tifosi) anche una situazione di bilancio pesante. E da qui, in concomitanza per altro con una pandemia epocale, i Friedkin sono ripartiti. Arrivati in mezzo al guado tra una stagione e l’altra, in pieno Agosto, con tutti problemi dettati dalla anomalia della situazione.

La prima cosa per la quale sono stati “notati” i nuovi proprietari della Roma è il silenzio. La riservatezza. Il non concedere nulla a livello comunicativo. Si sono presentati dicendo “Parliamo poco. Faremo parlare i fatti” in buona sostanza. E così è stato; mentre i media si sperticavano nel dare per imminente l’arrivo di Paratici dalla Juventus in qualità di nuovo DS, loro sotto traccia hanno portato Tiago Pinto dal Benfica, annunciato il 18 novembre 2020, e divenuto operativo nel ruolo di General Manager dal Gennaio scorso.

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Con Mourinho stessa dinamica: ridda di voci che coinvolgono prima Allegri, poi Sarri, poi De Zerbi e perfino Juric, poi ancora Sarri vicinissimo, anzi ormai pronto a prendere possesso di Trigoria. Ieri il “botto” che ha lasciato con un palmo dal naso gli “esperti di mercato”.

I “Mah” intorno a “Mou”

Come detto in apertura Mourinho ultimamente ha perso un pochino di quella patina dorata che lo ha portato, legittimamente, ad appellarlo “Special One”. Ma resta, giova ribadirlo, un grande, grandissimo tecnico. Discutibile (opinione personale) per le doti tattiche e per come sviluppa il gioco. Indiscutibile per le capacità dialettiche, comunicative, di psicologo, di “leader maximo” di un gruppo di lavoro votato ad una cosa: la vittoria.

Gli interrogativi che possono nascere intorno alla scelta di Mourinho riguardano però altro. Si dice, anche correttamente, che un tecnico di questo calibro quando accetta una piazza come Roma, prestigiosa fin che si vuole, ma non certamente “vincente” come altre, solo se ha ricevuto garanzie sul progetto. Se ci sono, cioè, quelle “condizioni” che reclamava Antonio Conte, per poter sviluppare il proprio lavoro.

Dunque sono lecite alcune riflessioni:

  • Quanto, una Roma indebitata a livelli che destano una certa preoccupazione, potrà dar seguito a certe richieste?
  • Quanto “potere contrattuale” ha oggi lo “special one”, anche in considerazione delle recenti disavventure del tecnico portoghese?
  • Quanto i Friedkin potranno spingersi “oltre” con gli investimenti?

Mourinho viene da esperienze dove il problema “budget” per la società che lo ha ingaggiato, non ha mai rappresentato un problema. A Roma sarà diverso, inevitabilmente. Pinto ha chiarito che il “progetto” si svilupperà nel medio termine, con giovani di belle speranze che andranno a completare una rosa non troppo ampia composta da 16-18 “titolari” di un certo livello. E questo, una tifoseria affamata di vittorie come quella romanista, è bene che lo metabolizzi subito. Per dirla in altri termini, Mourinho non è (da solo) garanzia di vittoria certa già dalla prossima stagione. Vedremo nelle prossime settimane, nei prossimi mesi, quali mosse verranno fatte sul mercato in entrata e in uscita e come i Friedkin risponderanno alle esigenze di bilancio, a partire dall’entità dell’aumento di capitale.

Una botta di vitalità

La gestione dei texani ha, negli ultimi tempi, segnato il passo. La piazza si è incupita per l’ennesima stagione buttata alle ortiche, con un tecnico che è stato oggettivamente abbandonato a se stesso. Fonseca, che non ha mai perso il suo aplomb, ha dimostrato certamente dei limiti, ma ha condotto comunque la Roma ad una semifinale di Europa League, compromettendo però l’accesso alla finale con il rovescio rovinoso di Manchester.

Ha dovuto lottare in una guerra mediatica che gli è stata mossa contro già nello scorso settembre, ed è stato lasciato solo a combattere sul fronte. Radio, tv, giornali e anche larghissima parte della tifoseria lo ha messo nel centro del mirino senza che la dirigenza ponesse uno schermo. O che si assumessero la responsabilità di rimuoverlo quando, forse, era il caso di farlo. Il tutto in un silenzio assordante della proprietà che ha contribuito ad intaccare la fiducia della piazza nei Friedkin, nelle loro capacità economico-finanziarie, nella loro reale intenzione di costruire una grande Roma.

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Ieri il “coup de théâtre”, una vera e propria esibizione muscolare della loro potenza, o quanto meno delle intenzioni di grandeur, con l’ingaggio di Mourinho. Una mossa che ha avuto immediatamente i suoi effetti: anzitutto sui media, che non parlano d’altro. E soprattutto nell’animo dei tifosi che finalmente, dopo anni bui, tornano ad aprire la porta del sogno e sono legittimati a crede che questa è la “svolta” buona.