L’ora più buia

 

È avvilente, pensarci ancor di più. Ripensare a dov’eravamo qualche anno fa, quali erano le nostre ambizioni, e come siano state frustrate in così poco tempo. Il ridimensionamento che ha subito la Roma è senza eguali, da tutti i punti di vista. Fino a pochi anni fa lottavamo per vincere, per riuscire a spodestare la potenza egemone del campionato. Ci battevamo per un obiettivo, non così distante dalle nostre reali possibilità. Invece, alla fine, abbiamo desistito; o meglio, ci hanno costretto ad umiliare i nostri sogni, ricavandone di nuovi, più modesti.

Dalla lotta per il campionato siamo passati ad agognare un quinto, sesto, settimo posto per sperare di rosicchiare qualche punto per il ranking Uefa. Ad esser stati detronizzati siamo stati noi, per mano nostra, vittime di un’involuzione autoinflittaci da coloro i quali dovevano condurci a primeggiare, sia in campionato, che in Europa. La Roma è rimasta la sola tra le prime squadre del campionato, a parte l’Atalanta, a non aver vinto nulla nell’ultimo decennio. Dieci allenatori cambiati in dieci anni. Innumerevoli giocatori e dirigenti arrivati tra i plausi e andati via in sordina, come reprobi. Quella di quest’anno è l’ennesima deflagrazione di un progetto nato male, tra la sfiducia generale, e finito peggio.
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Un ridimensionamento annunciato

Nel decennio dominato dalla Juventus e terminato quest’anno, la Roma è stata per svariati anni l’unica forza in grado di attentare, almeno in certi frangenti, all’egemonia bianconera. Una squadra capace di neutralizzare le milanesi (nella stagione 2016/2017 la Roma ha vinto tutte le gare di Serie A contro Inter e Milan), e che noi tutti speravamo potesse porsi, prima o poi, come antagonista consolidata pronta a ricevere il testimone di regina del campionato. Tutti noi riconoscevamo i limiti ed i difetti che anche allora affliggevano questa squadra, ma confidavamo che potessero essere limati attraverso un percorso di crescita a medio termine.

Invece no. La squadra è stata letteralmente sconquassata da decisioni dirigenziali mirate ad un ridimensionamento a dir poco desolante. Stagioni passate all’insegna di una presidenza latitante condite da incapacità gestionale e negligenza organizzativa hanno posto la Roma al centro di vicende tragiche dal punto di vista sportivo, soprattutto per i suoi tifosi, gli unici a rimetterci.

Perché in questi anni di sogni infranti e speranze affievolite sono loro (siamo noi) ad esserci sempre stati, ad aver creduto in un futuro migliore, pagando poi lo scotto per le promesse ignobilmente tradite. I sentimenti prevalenti tra i romanisti sono oramai da qualche anno quelli di rammarico e rassegnazione: la disillusione in un futuro tanto decantato ma mai realmente prossimo. I tifosi della Roma, oggi più che mai, sono sfiduciati ed hanno bisogno di franchezza da parte di questa nuova società. Il silenzio non basta più a lenire la delusione che portiamo in dote. Serve restaurare quel rapporto che negli ultimi anni si è inevitabilmente usurato tra i tifosi e la dirigenza. Perché la Roma non può essere gestita come un’azienda qualunque, agendo senza tener conto della sua tifoseria, che ne rappresenta l’anima.
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Aspettando il sole

Ci auguravamo che la Roma avesse già raggiunto il punto più basso della sua parabola esistenziale con la precedente gestione, e che ci stessimo depurando delle scorie passate apprestandoci ad una ripresa. Ma a quanto pare sembra non esserci fine al peggio. È successo di nuovo. Come braccati in un eterno ritorno, perdiamo la speranza che le cose possano andare diversamente. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta, e noi con essa. La disfatta di Manchester, l’ennesima, annichilisce anche le poche illusioni maturate quest’anno. Vanifica la speranza di poterci spingere oltre il consentito, di poter trascendere per una volta noi stessi.

Eravamo partiti per un’impresa, giovedì, una di quelle da raccontare, invece ci ritroviamo ancora una volta con le gambe tremolanti ed il fiato corto. È di fatto finita un’altra stagione, prima del previsto, prima di quando avremmo voluto, prima del dovuto. E non c’è neanche il tempo per metabolizzare la delusione, visto che la si cerca già di esorcizzare pensando al prossimo allenatore, al prossimo profeta da acclamare a gran voce. Ci ritroviamo a pensare al futuro, con la speranza che prima o poi le cose andranno come avevamo sperato, o magari perché no, addirittura meglio.

Ma c’è un presente da onorare e che puntualmente viene sacrificato in nome di una chimera chiamata futuro. Noi, tifosi della Roma, siamo stati fin troppo pazienti e, adesso, siamo stufi di aspettare. Perché un senso tutto questo ce lo deve avere. Tutti questi anni incompiuti debbono avere una ragione che li giustifica, o forse no? La sofferenza prefigura una qualche forma di riscatto o è, in fondo, semplicemente fine a sé stessa? Perché se tutte le delusioni accumulate in questi anni non dovessero premonire una redenzione, allora ne usciremmo davvero danneggiati, incapaci di scorgere l’alba dopo questa notte infinita.
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