L’insostenibile consapevolezza dell’essere tifosi ai tempi del Covid

Abbiamo appena finito di vedere la corazzata Bayern trionfare nella Supercoppa Europea e dopo mesi di spalti vuoti e rimbombo delle voci dei trainer e dei calciatori, nelle deserte cattedrali del calcio svuotate dal Covid, lo abbiamo visto alzare la coppa in un impianto popolato da circa 20.000 tifosi, un quarto più o meno della capienza totale.

Più o meno distanziati, più o meno protetti da mascherina, più o meno attenti al mantenimento della distanza.
Più o meno. Anzi più meno che più, perché quando la palla rotola, a qualsiasi latitudine, la passione si rinfocola, la voglia di esser parte dello spettacolo e cercare di determinarlo a favore della propria squadra e contro quella avversaria (si contro, perché “tifare contro” è fondamentale tanto quanto tifare pro; De Coubertin era un povero illuso e non conosceva davvero gli uomini) è emersa in tutta la sua spontaneità.

Abbiamo potuto vedere, le rare volte che le telecamere hanno indugiato sugli spalti, i tifosi del Siviglia e quelli del Bayern tentare di fare quel che normalmente hanno fatto sempre: incitare, agitarsi, muoversi, urlare, abbracciarsi, correre verso la balaustra per festeggiare il goal, disperarsi e smadonnare per quello subito.
Tutti comportamenti che qualche benpensante d’accatto sarà prontissimo a condannare in maniera tranciante, sorvolando magari sull’atteggiamento non proprio irreprensibile che vediamo quotidianamente nelle nostre strade; gente che “dimentica” la mascherina in macchina, persone che si assembrano in luoghi di lavoro o di culto, capannelli di amici/conoscenti che discorrono.

Ma siccome si parla di calcio, anzi, di tifosi di calcio, in questi giorni ci è toccato sentire commenti di varia natura, tutti più o meno tesi a lanciare strali pesanti e denigratori su chi, legittimamente, vorrebbe solo tornare a vivere una passione.

Sia chiaro: qui non si fa del negazionismo, non si dubita della scienza, non si vuol condannare chi ha la responsabilità civile di gestire una situazione drammatica: il Covid esiste, esistono i morti, esistono i rischi esistono le drammatiche conseguenze sociali ed economiche che questo maledetto virus ha precipitato sulle nostre esistenze.Ma esistono anche gli uomini e le loro passioni. E la nostalgia tremenda e vigliacca per quegli spalti, per quegli abbracci, per quegli amici, per quel rito laico che è la partita. A me manca tremendamente la mia Sud, il mio seggiolino dove in piedi da ormai trentatrè anni ininterrottamente sostengo la mia Roma. Sto ribollendo dentro all’idea che contro la maledetta juve (il minuscolo è d’obbligo) riaprono per 1000 fortunatissimi spettatori l’Olimpico.E sono consapevole che rosicherò come mai prima, perché data la mia militanza ultratrentennale io, e come me tanti altri ragazzi (o “ex ragazzi”) della Sud meritavo di esserci più di chi sarà li solo perché “amico dello sponsor”.

O tutti o nessuno sarebbe da dire. Ma comprendendo e rispettando le limitazioni, al netto della lodevole iniziativa di invitare 250 persone tra chi è stato in prima linea (medici ed infermieri soprattutto) durante la fase acuta della crisi, si sarebbe potuto sorteggiare il restante quantitativo di ingressi tra chi era abbonato nella scorsa stagione e donargli l’accesso allo stadio.Ma è il calcio del Covid, e prima ancora di questo, è stato (e purtroppo sarà ancora) il calcio “industria dell’intrattenimento”, che ormai da una ventina di anni ha progressivamente smantellato i dogmi e le certezze di quello che si, resta uno sport popolare, ma che è sempre più fruito e fruibile in maniera classista ed elitaria.I biglietti nominali, i tornelli, la tragica, famigerata ed inutile Tessera del Tifoso, a Roma l’onta delle barriere in Curva, che per un periodo hanno sfregiato quella che è di fatto “casa” salvo poi essere rimosse, hanno dato solo una parvenza di “sicurezza”. Una facciata di “ordine” che in realtà rivela il malcelato intento di selezionare il pubblico. Sull’impronta di quanto accadde in Gran Bretagna ai tempi della Thatcher, quando la vera e propria repressione del fenomeno “hooligans” avvenne di fatto con l’espulsione della “working class” dagli impianti con biglietti sempre più costosi e norme rigidissime sul “behave” all’interno degli stadi.

Oggi il Covid impone (giustamente) delle limitazioni. C’è da chiedersi perché luoghi di culto, discoteche, luoghi di lavoro (al netto dello smart-working) ed altri luoghi pubblici ammettano la “presenza” ma lo stadio no.
Il tifoso, soprattutto se di Curva, soprattutto se ultras, è sempre visto come un qualcosa di “estraneo” alla società.  Come se chi popola gli spalti di un settore popolare non sia un lavoratore, uno studente, un prete (ce ne sono migliaia che tifano accalorati), insomma un cittadino qualsiasi.
Quel che voglio dire è che si può tentare di restituire un minimo di spazio alla passione. Un impianto come l’Olimpico potrebbe contenere serenamente, in ossequio alle norme anti Covid, almeno 20-25000 spettatori (più o meno la somma degli abbonati della scorsa stagione).
Quel che voglio dire è che bisogna riflettere, e per mio conto, vigilare che il ritorno alla “normalità” sia serio e non una scusa per istituire una “nuova” normalità più opprimente di quanto fosse nel pre-Covid.

Anzi, sarebbe l’occasione per provare a restituire davvero al popolo almeno una parte di quell’atmosfera di gioia, di festa, di tifo “vecchie maniere”, in piedi 90 minuti usando torce, fumoni, bandiere, tamburi e quant’altro si renda utile a vivere pienamente la passione tifosa.

Mirko Graziani