ESCLUSIVA RT – Bellinazzo: “La Super Lega anticipa problematiche che vanno oltre il calcio”

Oggi, durante la nostra trasmissione Cor Core AccesoRomatube.it in onda su Non è la Radio e Tele Lazio Nord, abbiamo avuto il piacere di intervistare in esclusiva Marco Bellinazzo. Il noto giornalista de Il Sole24Ore ha trattato molti argomenti. Si è soffermato, in particolar modo, sulle cause che hanno portato alla creazione della Super League e sulle problematiche future che ne scaturiranno. Queste sono le sue dichiarazioni:

Partiamo dal 2018 con “La fine del calcio italiano” dal libro di Marco Bellinazzo, che ci illustrava come e perché il calcio italiano stesse vertendo verso un’inesorabile crisi di valori e risultati che era culminata con la non partecipazione ai Mondiali di Russia 2018. Quanti di quei fattori, che già all’epoca influenzarono una crisi che probabilmente ancora ci attanaglia, hanno fatto si che si creasse la Super Lega?
“Praticamente direi quasi tutti. Le ragioni che hanno portato la Serie A a diventare dal campionato più bello del mondo al quarto campionato europeo. Dall’essere un movimento di punta all’essere un sistema farraginoso con tanti problemi irrisolti. Tutte queste problematiche hanno da un lato provocato questa debolezza generale, dall’altro spinto alcuni club, che per blasone e per alcune scelte fatte negli anni passati, oggi si trovano più che mai al vertice di questo movimento. Stanno cercando con altri club in Europa, causa pandemia, delle strade alternative per recuperare terreno, per rimettere a posto i conti e soprattutto per dare e darsi una prospettiva migliore e diversa da quella che ora sembra la più plausibile, alla luce di tutte le difficoltà che stiamo vivendo”.

Quando ci troveremo a dire questi sono i colpevoli e questi sono i meritevoli, faremo bene a fare questa scissione?
“Quando ci sono questioni così complesse bisogna sempre avere un approccio molto analitico che ti porta a vedere colpe e mancanze in tutte le parti in causa. evidente che quando si crea un disastro, di questo si tratta, di un disastro di comunicazione, ma anche un disastro politico per il clima che ha creato e per le condizioni negative che creerà nei prossimi mesi. Quindi questo ci deve portare a riflettere sul fatto che il calcio comporta oggi un tipo di gestione che dovrebbe essere più lucida e distaccata. Dovrebbe portare a definire meglio i ruoli dei club, delle Leghe, delle Federazioni e a maggior ragione della Uefa. Negli ultimi 20 anni è diventata una struttura dalle immense capacità finanziarie. Ad esempio, negli anni in cui ci sono gli Europei, parliamo di una struttura che fattura oltre 4 miliardi all’anno, quasi 5. Quindi si pone in competizione con gli altri campionati nazionali e con i club perché le risorse che hanno le tv e gli sponsor non sono infinite: più vanno verso le manifestazioni internazionali e meno possono essere devolute ai campionati nazionali. Oggettivamente la Uefa si trova in una situazione di conflitto, tra quello che dovrebbe essere il ruolo di garante, di terza parte, di organizzatore di tornei e dispensatore delle regole, in realtà si trova ad essere dentro”.

È un problema di genesi filosofica da queste parti?
“Lo è diventato. Sembrano discorsi teorici ma se non ci capiamo sui termini di base, sui principi, poi a catena non riusciamo nemmeno a sistemare quello che viene dopo. Se tu sei dentro la competizione e sei anche l’organizzatore, è evidente che c’è n problema oggettivo, soprattutto quando quella partita non è solo ciò che avviene nel campo ma riguarda anche quello che avviene fuori: le risorse che si producono, come si distribuiscono. Dunque queste questioni vanno risolte e se non si risolvono sulla base di un accordo comune, come è avvenuto negli sport americani, dove le leghe sono i dominus incontrastati, dove c’è una visione collettiva e comunitaria, paradossalmente molto più democratica che in Europa, visto che è la patria del liberismo. Il confine tra ciò che fanno le leghe, ciò che fanno le squadre e le Federazioni lì è molto più chiaro e nitido. Non a caso si tratta di sport che prosperano. Nel nostro l’evoluzione industriale è stata talmente veloce e poco capita da chi governava club e istituzioni calcistiche, che oggi si è creata la confusione che era inevitabile che si creasse. Siamo comunque solo all’inizio e non alla fine della disputa. Non sappiamo come evolverà e come si concluderà soprattutto”.

È passato alla storia il fatto che è stato il popolo a far desistere i grandi club a partecipare al progetto Super Lega. È vero? Oppure c’è il timore da parte delle società di incombere in penalizzazioni dell’Uefa? Quanto di sbagliato c’è nell’Uefa se poi si è arrivati a questa situazione?
“Quel fenomeno che è capitato in queste 48/72 ore andrà studiato bene, anticipa tutta una serie di problematiche che vanno oltre il calcio. Nel cortocircuito che si è creato noi abbiamo oggi degli effetti paradossali. Ad esempio, a protestare molto sono stati i tifosi del Chelsea. La storia e l’evoluzione del calcio sa che una certa deriva per il calcio internazionale è iniziata proprio con il Chelsea di Abramovic nel 2003, con il primo grande oligarca russo che metteva le mani su un club della Premier League. Oggi l’Uefa indica una persona, sicuramente stimabile, un manager come Al-Khelaïfi, presidente del Psg, che è il nuovo presidente dell’Eca al posto di Agnelli. Il Psg tutto è tranne che un club che ha rispettato alla lettera le regole del Fair Play Finanziario negli ultimi anni. È proprio l’esempio di un club che è cresciuto in maniera esponenziale aggirando gran parte di queste regole, non è esattamente l’esempio virtuoso da portare in contrapposizione ai club ribelli. Il fatto che oggi si imputi alla Superlega di voler creare un sistema chiuso e anti meritocratico in contrapposizione ad un mondo attuale del calcio caratterizzato da apertura e meritocrazia è una balla colossale. Chi conosce appunto come si è evoluto il calcio in questi anni e il sistema oligarchico che si dovrebbe creare con 7/8 o 10 club che hanno fatturati dai 400 milioni in su e che sono quelli che normalmente vincono i campionati nazionali e le coppe europee, arrivano ala fine del percorso in Champions League. Questa grossa ipocrisia che ha condito un cortocircuito mediatico ha determinato qualcosa che andrà ben letto e studiato. È fondamentale in questo momento diradare questo fenomeno per far rimanere sul tavolo i problemi che ci sono nel mondo del calcio e la volontà di un confronto che vada a far si che tutti i soggetti coinvolti possano contribuire a individuare quelle soluzioni che servono a tappare i buchi finanziari che ci sono. Si è parlato tanto di indebitamento ma qui il problema è il conto economico, cioè il fatto che gli unici club coinvolti nella Superlega potrebbero perdere 2,5 miliardi tra questa stagione e quella precedente, e vadano anche a porsi un problema di prospettiva industriale nel calcio. Se il calcio a livello europeo fattura 3 miliardi e gli sport professionistici americani, che sicuramente hanno meno audience, ne fatturano dai 6/7 in su, diciamo che qualche problema di valorizzazione c’è. Allo stesso tempo c’è un problema legato alla penetrazione dei mercati internazionali e all’attenzione del pubblico giovane, gli under 20, che questo tipo di attenzione sul calcio sta garantendola sempre meno. Quindi c’è un problema su quella che sarà l’audience globale del calcio nei prossimi 15/20 anni, quando quelli che oggi sono giovani e giocano a fortnite, sono sui social network, che la partita di calcio non hanno nessuna voglia di andarsela a guardare, almeno nei 90 minuti. Un domani saranno il pubblico principale e se non lo curi adesso questo pubblico domani non ce l’avrai. Questi problemi restano e sono di tutti, perché se i club ricchi non hanno introiti e “falliscono” perché poi il fallimento tecnico questi club non ce l’avranno ed è più facile che falliscano realmente i club medio piccoli, questi temi vanno affrontati. Non si possono mettere sotto al tappeto. Immaginando una riforma Champions tra tre anni, che tra l’altro contiene molto delle distorsioni della Superlega, che comunque tra tre anni pone rimedi a problemi che però oggi sono molto pressanti”.

Come hanno fatto quei club che oggi vanno contro Marotta e Agnelli per la questione dei fondi, ad aver rinunciato a quei fondi? Errore di programmazione?
“Sui fondi relativi alla Serie A ci sarebbe molto da dire e da raccontare. I motivi del no sicuramente sono legati per quanto riguarda a Inter e Juve prevalentemente a non legarsi le mani sulle scelte future. Ma c’erano anche una serie di questioni, che permangono tutt’ora, che vanno ben oltre questa considerazione. Avrebbero dovuto portare maggiore attenzione da parte di tutti i club, anche quelli che hanno aderito o vorrebbero aderire a questo modello. Nelle clausole di questi infiniti contratti che sono stati preparati e mai sottoscritti evidentemente, almeno finora, ci sono tanti elementi complessi che vanno valutati. Almeno ci si dovrebbe ragionare di più. È chiaro che risolve una problematica nell’immediato perché fornisce liquidità con la proposta di fondi nell’immediato per 1,7 miliardi. Però è anche evidente che i fondi si vanno a comprare un pezzetto della Serie A, il 10%, ma lo comprano all’infinito. Non è che questi lo comprano valorizzandolo, per dire, per dieci anni e sarebbero 17 miliardi, questo sarebbe uno scambio equo. Io sto comprando per 1,7 miliardi una cosa che potrebbe rendermi il 10% di 1,7 miliardi all’infinito. Quindi quel valore di 1,7 miliardi è assolutamente basso. I fondi chiaramente fanno leva sulle necessità finanziarie dei club. Ma è giusto svendere il 10% di qualcosa che da qui all’infinto potrebbe rendere molto di più di 1,7 miliardi? Su questo tema uno può scegliere di dire si oppure no, è meglio ottenere subito i soldi, valorizzare il prodotto e poi vedremo, ma su questo io non ho sentito nulla. Non c’è nel dibattito che c’è stato. Così come ci sono altre problematiche sui diritti d’archivio. Non è solo il tema della Superlega che ha posto il “no”, quindi anche i piccoli club, non solo Inter e Juventus, hanno avuto delle ragioni per dire di “no” o meglio per dire sediamoci al tavolo e continuiamo a discuterne”.

Cosa farne del concetto di Fair Play Finanziario da qui alla prossima stagione? L’Uefa fa sapere che non verrà fatto sconto alcuno…
“Allora dovranno buttar fuori dalla Champions quasi tutti i club delle principali leghe e non solo. La lega europea, al di là del discorso Super League o Super Champions, dovrebbe andare incontro a quella che è una contingenza economica innegabile. La Uefa, l’anno scorso, ha detto che il 2020 non sarebbe stato oggetto di esame diretto ma sarebbe stato oggetto di esame facendo media con il 2021, in modo tale da consentire di far assorbire gli effetti negativi della pandemia. Quando ha dettato questa regola la Uefa immaginava che questa stagione sarebbe stata caratterizzata dal Covid solo nei primi mesi, ma con una sorta di normalità, in realtà, come ahimè era facile prevedere, era questa la stagione 20/21 su cui avrebbe impattato di più la pandemia. È evidente che quello che è stato scritto 6 mesi fa non vale assolutamente niente. Quindi nei prossimi mesi spero che la Uefa abbia come sua priorità proprio quella di andare a rivedere le regole del Fair Play Finanziario, almeno per la contingenza, in modo tale da consentire a tutti, non a chi ha esagerato con le perdite e si nasconde dietro all’alibi della pandemia, andando a misurare quanto più possibile correttamente quello che è stato l’impatto della pandemia per salvaguardare il sistema. Dopo di che il FPF va rivisto nella logica in cui se ha fatto bene nel consentire al sistema europeo di ridurre le sue perdite, ha fatto malissimo dove ha permesso questa cristallizzazione del sistema con i ricchi a dominare e quelli che seguono a sperare in piccoli miracoli. Il Leicester e l’Atalanta sono piccoli esempi in un sistema che non funziona, le eccezioni che non fanno la regola. La regola è quella che chi ha più soldi vince e chi vince fa ancora più soldi”.

Dato che ne sei un tifoso, quante possibilità dai al Napoli di andare in Champions League e cosa ne pensi del fatto che verrà revisionato il monte ingaggi il prossimo anno da De Laurentiis?
“Il monte ingaggi deve essere rivisto da tutti, almeno di un 10/15%, i club italiani che non faranno la Champions League l’anno prossimo dovranno fare ancora di più: forse il 20/30%. Potrebbe esserci un ridimensionamento importante per chi non andrà in Champions. Non è sempre un male ridimensionarsi perché magari si investe sui giovani e si evitano sprechi. Sulla lotta Champions, a parte l’Inter, l’Atalanta sembra lanciata sicuramente verso la terza partecipazione di fila alla competizione europea. Se la giocheranno Napoli, Juve e Milan, a meno che oggi la Lazio non batta i rossoneri e si riproponga. Almeno abbiamo competizione ed entusiasmo per seguire questa lotta al vertice ma ho paura che sia sempre una competizione al ribasso per quanto riguarda la qualità che si vede nel calcio italiano”.

QUI PUOI LEGGERE L’INTERVISTA A MASSIMO TAIBI