Adesso palla ai Friedkin

L’ennesima strizzata al fegato dei tifosi romanisti, assai dolorosa per dinamica e per l’avversario, è arrivata ieri in serata. Una Roma a tratti anche esuberante stava battendo con pieno merito la nemica di sempre. Un 3-1 che fino al 70′ poteva far anche pensare ad un successo persino più sostanzioso, in grado di rilanciare i giallorossi nell’ottica di tenere in vita una qualche residua speranza di qualificazione alla Champions e al contempo annichilire le velleità bianconere. Poi il buio pesto, così di botto, senza senso e un un 3-4 finale allucinante.

Sembrava tutto bello, invece…

Invece siamo alle solite. Invece in sette minuti la Roma è riuscita, novella Penelope, a disfare in un amen quanto di buono era riuscita a costruire. Ormai le cocenti delusioni patite dalla tifoseria romanista assumono il carattere dell’epica; e ci si ritrova in un gorgo emotivo dove le sensazioni sono totalmente ribaltate.

Dall’entusiasmo collettivo, seppur ridotto nei numeri dal “Carogna-Virus” che ha riportato l’Olimpico al 50% della capienza, condito da cori tonanti, abbracci affratellanti e da una corsa sotto la Sud di tutta la squadra a seguito del capitano, autore di una rete favolosa su punizione, come non si vedeva da anni, s’è passati alla più nera delle frustrazioni.

Sette minuti per passare da una soddisfazione piena ad una dannazione dell’anima che preludeva a rodimenti, umori devastati, notti insonni e risvegli avvelenati.

La gara ce l’hanno tutti negli occhi. Inutile dilungarsi nella descrizione degli attimi della debacle.

Proviamo, con molta fatica e a freddo, a fare una analisi di quanto accaduto anche e soprattutto per avere un minimo di prospettiva.

Fraintendimenti d’aspettativa

Il giorno che venne annunciato Mourinho, chi scrive si espresse con un “Mah” molto interlocutorio. Al netto di una personale preferenza per altra filosofia di calcio, brutalmente definito “giochista”, l’ingaggio del portoghese è stata comunque una notizia splendida. E’ e resta uno dei Top Trainer in circolazione, e tra questi pochissimi possono vantare un carnet di successi anche solo accostabili al suo.

Restava, ed oggi è vieppiù certificato, il dubbio su come e quanto un Totem del calcio come Mou si sarebbe potuto adattare alla realtà romanista. Una realtà che amaramente prevede un rooster di qualità media e soprattutto una assai relativa capacità di poter incidere, in breve, sull’innalzamento della stessa causa conti pesantemente in rosso.

Avremo la pazienza di aspettare? Siamo davvero coscienti che FORSE una Roma competitiva, per come ce la immaginiamo con Mourinho alla guida, la vedremo tra un anno o due?

Questo mi chiedevo nella scorsa estate, e questo oggi resta valido, convinto che la Roma è una buona squadra che però non può competere per certi livelli. Che la qualificazione in Champions avrebbe del miracoloso, paragonabile ad uno scudetto, date le premesse (e gli arbitri).

La conferenza di presentazione di Mourinho ha avuto come parola cardine il termine “tempo”. Serve tempo.

La piazza però, anche giustamente, si è comunque esaltata e non ha fatto mancare MAI il suo supporto, almeno fino ad oggi. Stadio sempre pieno (la Roma ha il record di presenze stagionali), abbonamenti rinnovati in massa, tifo incessante.

Ma già dai primi scricchiolii arrivati in autunno, qualche voce contraria e “blastante”, soprattutto sui social ma anche tra i cosiddetti addetti ai lavori, si è levata: “Mourinho è bollito, la squadra è composta esclusivamente da scarponi, chiunque è meglio dei nostri“, eccetera…

Ieri per la prima volta in stagione lo stadio, al temine della gara, ha invitato (edulcoro) la squadra a tirar fuori gli attributi. Nove sconfitte, l’ultima delle quali frustrante all’inverosimile, reclamano questo conto.

Ma questa rosa, quanto può davvero dare di più tecnicamente e mentalmente?

Attenuanti consistenti e memoria cortissima

A cominciare dal mercato estivo, la Roma ha dovuto far fronte a negatività; di bilancio e di sorte. Qualche toppa, anche decente come Rui Patricio o buona come Abraham. Nulla che però potesse davvero far alzare il livello.

Il percorso di costruzione di una squadra, comunque giovane e con pochissimi elementi in grado di far pesare leadership e personalità, è stato alterno. Ma pian piano qualcosa, soprattutto dal punto di vista caratteriale, si è cominciato ad intravedere. Sono arrivate sconfitte meritate (Verona, Inter, Bologna) perchè l’atteggiamento era inadeguato.

Ne sono arrivate altre, con la complice e marcata mano delle decisioni arbitrali e tutte negli scontri diretti. Dove comunque la Roma ha tenuto bene il campo, ha mostrato personalità, e meritato ben altro risultato.

Sconfitte che potevano essere almeno pareggi se non addirittura vittorie (Venezia) e che avrebbero dato una lettura diversa alla classifica e soprattutto avrebbero dato ben altra forgia all’autostima, alla consapevolezza, alla crescita.

Di questo ci si dimentica troppo facilmente; se ci si è giustamente avvelenati contro le decisioni avverse di arbitri che poi, guarda caso, venivano tutti sospesi dalla stessa AIA dopo il “killeraggio” ai danni della Roma, oggi non si può dare la croce addosso solo a Mourinho e/o alla squadra per l’attuale classifica.

Adesso tocca alla proprietà

Ciò detto si deve necessariamente guardare avanti. E lo ha già fatto Mourinho chiarendo che lui qui ci vuole stare tutti e tre gli anni di contratto, e che sebbene non sia abituato a “questo profilo di squadra”, ha intenzione di portare a termine il proprio lavoro.

Ed è chiarissimo, per l’ennesima volta, il messaggio: servono giocatori di qualità. Anche e soprattutto mentali, prima ancora che tecniche. Messaggio che coinvolge direttamente la proprietà. Appurato che la comunicazione in prima personadella stessa, , è assente attendiamo i fatti.

Al netto delle operazioni di puntellamento della rosa attuale, con Maitland-Niles che è arrivato da 72 ore e ieri non ha nemmeno sfigurato come vice Karsdorp, e (si spera in breve) di Sergio Oliveira che danno più scelta a Mou e soprattutto, nel portoghese, il regista “vero”, che manca alla Roma, quel che serve è altro.

Serve uno sforzo mastodontico per cominciare seriamente a costruire una squadra davvero competitiva ai massimi livelli, italiani ed europei. Servono giocatori di alto livello “mentale” e tecnico sui quali Mourinho può lavorare. E servono in tutti i ruoli e zone di campo, a cominciare dalla difesa. E chiaramente non sarà questa sessione di mercato a poter dare questo punto di svolta.

Ma è un punto di svolta che a giugno diverrà ineludibile. Perché questa di oggi è una Roma non in grado di recepire i dettami di Mourinho. Se non si può o non si vuole prodursi in questo sforzo economico assai oneroso, tanto valeva restare con il “povero” Paulo Fonseca. Quindi non resta che attendere e verificare se all’ingaggio di Mourinho corrisponderà anche, a partire da giugno, un adeguamento della rosa.